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Wednesday, 21/12/2016

Donazione e trapianti, il Piemonte torna in vetta
Il Piemonte è un'eccellenza nel campo dei trapianti, con strutture come quelle dirette dal professor Salizzoni e del professor Rinaldi, che sono all'avanguardia in Italia e in Europa per qualità e quantità degli interventi. Nel 2016 il Piemonte torna in vetta per le donazioni e i trapianti. "Al 30 novembre 2016", ha commentato il professore Amoroso, "erano già stati superati i trapianti eseguiti nel 2015. In particolare ne sono stati effettuati 174 di rene, 124 di fegato, 21 di cuore, 21 di polmone e 2 di pancreas, per un totale di 340, contro i 298 del 2015". Grazie a questo incremento del 25%, il numero di pazienti in attesa di trapianto non è ulteriormente aumentato. Con l'attività degli ultimi 11 mesi è stato possibile superare gli 8 mila pazienti, raggiungendo quota 8145, ai quali sono stati trapiantati 8.560 organi. Positivo anche l'andamento delle dichiarazioni di volontà dei cittadini raccolte presso l'ufficio anagrafe: in Piemonte hanno aderito ad "Una scelta in Comune" 28.228 persone, sui 411.572 in Italia. Ad oggi sono 143 i Comuni piemontesi che hanno già dato la loro adesione (tra cui Cuneo, Novara, Verbania e Vercelli), 23 abilitati ma non attivi (tra cui Torino, Alessandria e Asti), 255 in fase di abilitazione e 55 in fase iniziale. "L'ottimo risultato delle donazioni di organi e dei trapianti nel 2016", ha commentato l'assessore alla Sanità Antonio Saitta,"è anche dovuto all'impulso dato dalla Giunta regionale che lo ha inserito tra gli obiettivi indicati ai direttori generali". Il Piemonte è un'eccellenza nel campo dei trapianti, con strutture come quelle dirette dal professor Salizzoni e del professor Rinaldi, che sono all'avanguardia in Italia e in Europa per qualità e quantità degli interventi. Nelle ultime due settimane, nella Città della Salute e della Scienza di Torino, sono stati effettuati due interventi eccezionali. La scorsa settimana, per la prima volta al mondo, è stato trapiantato un rene al posto della milza con una tecnica innovativa e rivoluzionaria su una bimba che dalla nascita non ha potuto bere e urinarie. Pochi giorni prima, per la prima volta in Italia e la seconda al mondo, un polmone donato è stato guarito con una particolare tecnica per poi essere trapiantato con successo su una donna.
Fonte
torinoggi.it

Monday, 16/01/2017

Malasanità a Cosenza: lasciata per ore senza assistenza, perde il bambino. "Vogliamo la verità"
Si grida verità, non solo per avere giustizia e capire le ragioni di una morte assurda, che ha creato un dolore infinito ad una coppia e che poteva certamente essere evitata, ma soprattutto per evitare che casi come questo, possano accadere nuovamente. Il caso di malasanità (l'ennesimo che ci troviamo a scrivere e raccontare) risale al 2013, riguarda nuovamente l'Ospedale Civile di Cosenza ed ha gettato nella disperazione due genitori che hanno perso in modo quasi inspiegabile un figlio. La coppia cosentina ha vissuto questo dramma nel giorno che doveva essere il più bello, il più atteso. quello della nascita del loro primogenito. Evento che si è invece trasformato in una tragedia assurda e che per la coppia, resterà il più doloroso della vita. Tutto ha inizio il primo dicembre del 2013, quando il signor C.P. accompagna la moglie, M.C., al Pronto Soccorso dell'Annunziata di Cosenza. Arrivata al termine della gravidanza, la donna è allarmata per delle perdite ematiche. Arrivata al reparto di Ginecologia e Ostetricia dell'Annunziata, dopo circa una trentina di minuti, la donna viene visitata dal ginecologo di turno, L.S., che tra l'altro è la dottoressa che ha seguito la gestante privatamente durante il periodo di gravidanza. All'esito di un'ecografia, il battito cardiaco fetale risulta regolare e il bambino gode ottima salute. Tutto sembra tranquillo dunque, ed invece proprio da quel momento inizia il calvario per la donna ed il bambino che porta in grembo. La signora M.C. viene abbandonata a se stessa, senza controllo o assistenza, senza essere sottoposta ad alcun monitoraggio o tracciato cardiotocografico che, sebbene sollecitato dalla stessa paziente, viene eseguito solo dopo molte ore. L'esito è tragico: il battito del bambino non si sente più. Quel bambino non vedrà mai la luce visto da li a poco nascerà morto. I genitori del piccolo nato senza vita hanno denunciato i fatti all'autorità giudiziaria e ne è seguito un procedimento penale, che però è stato archiviato. A detta dei consulenti nominati all'epoca dalla Procura di Cosenza, la responsabilità dei medici che avevano avuto in cura la signora era mitigata dal fatto che, per come riferito dal ginecologo L.S., la gravidanza non era a rischio e pertanto, non necessitava di una stretta sorveglianza, oltre al fatto che in quelle ore i cardiotocografi erano tutti impegnati. Questa la giustificazione, per una vita mai nata. I genitori all'epoca dei fatti, sconfortati dall'esito e presi dal loro inconsolabile dolore non hanno proposto opposizione all'archiviazione ma dopo qualche tempo la coppia avrebbe ritrovato una certificazione rilasciata a suo tempo dalla stessa ginecologa di turno in ospedale in quel tragico giorno, attestante a chiare lettere come "la gravidanza della donna fosse a rischio per tutto il periodo della gravidanza stessa, a causa di una patologia grave chiamata "trombofilia". E così, tramite il difensore di fiducia, l'avvocato Margherita Corriere (foto a sinistra), oltre al supporto di un'analitica e alla relazione del loro medico legale, il professore Sergio Funicello, specialista in ostetricia e ginecologia e chirurgia d'urgenza, questa attestazione è stata depositata alla Procura della Repubblica di Cosenza con la relativa richiesta di riapertura indagini. L'esito però è sempre lo stesso: ancora una volta il consulente della Procura conferma quanto già scritto nella precedente relazione. Risultato? Una nuova richiesta di archiviazione da parte della Procura. Questa volta, però, la coppia e il legale presentano opposizione all'archiviazione, decisi ad andare fino in fondo a questa dolorosa vicenda e a capire sul serio che cosa è accaduto quel giorno in ospedale e come mai un bambino sano, con battito cardiaco normale, sia nato morto. Quel che è certo è che, all'ingresso nel nosocomio, il bambino era vivo e aveva una frequenza cardiaca normale. Altra verità è quella della madre, lasciata per ore senza un'assistenza adeguata che forse avrebbe evitato il tragico epilogo. Se, chi di competenza si fosse attenuto alle linee guida che esigevano un costante monitoraggio a causa di una gravidanza a rischio per trombofilia, intervenendo possibilmente con un immediato taglio cesareo, quel bambino forse sarebbe nato. vivo! "Chiediamo giustizia affinché non capiti ad altre mamme" I genitori del bimbo chiedono che l'esecuzione, una volta per tutte, di indagini accurate e un'idonea e rigorosa consulenza da parte di un professionista specializzato in ostetricia e ginecologia. Secondo il consulente dei genitori del bambino infatti, in caso di gravidanza a rischio, l'unica condotta doverosa da parte dei medici era quella di espletare subito il parto con taglio cesareo, visto che il bambino era vivo, con battito regolare e certamente sarebbe nato vivo e sano. In tali casi pare che non sia ammesso l'attendismo, a maggior ragione una prolungata trascuratezza nei confronti della partoriente, al cui figlio è stato negato il diritto di nascere vivo. Bisognerà perciò fare chiarezza su tutta la vicenda: lo si deve ad una creatura a cui è stato negato il diritto di avere una sua esistenza insieme ai propri cari, che lo stavano aspettando con tanto amore, ma soprattutto per evitare che simili disgrazie possano ripetersi a danno di un'altra creatura che vuole arrivare alla vita, oltre al dolore che ne consegue a chi, quella gioia, non può più dare un nome o una storia umana da costruire. I signori C.P. e M.C. aspettano fiduciosi il provvedimento del GIP del Tribunale di Cosenza, Francesco Luigi Branda, che dovrebbe essere emesso nel corso dell'udienza di oggi 16 gennaio.
Fonte
quicosenza.it

Friday, 20/01/2017

Febbre o mal di gola, le regole per capire se mandare il bambino a scuola
Non e' grave e si vede. È malato, però solo un poco. Ma giusto quel poco che basta per essere titubanti: lo mando a scuola o no? A meno che oltre che genitori non si sia anche pediatra non è facile riconoscere in un sintomo una buona ragione per, a seconda del punto di vista: non andare a scuola o perdere una giornate di lavoro. Le risposte degli altri. Negli Usa, su quali criteri utilizzano le famiglie quando si tratta di scegliere se cedere alla malattia o spedire i figli a fare il loro dovere sui banchi di scuola, hanno condotto una indagine. In particolare lo ha fatto il Mott Children's Hospital National Poll on Children's Health, una struttura interna del Child Health Evaluation and Research (CHEAR) Unit dell'università del Michigan che periodicamente testa l'opinione pubblica su temi di salute dell'età evolutiva. In questo caso il sondaggio è ststo nazionale http://mottnpch.org/reports-surveys/parents-struggle-when-keep-sick-kids-home-school e ha coinvolto 1500 genitori di bambini o ragazzi di età compresa tra i 6 e i 18 anni, il 75 % dei quali aveva dichiarato che nel corso dell'anno precedente aveva tenuto a casa il figlio malato almeno una volta. L'età conta. Tra i fattori che pesano di più sulla decisione i più citati sono il timore che col passare delle ore i sintomi peggiorino (60%) , che il proprio figlio contagi i suoi compagni di classe (47%) e l'importanza di non perdere lezioni (37%). I primi due sono soprattutto indicati da genitori di bambini tra 6 e i 14 anni, il terzo in particolare dai genitori dei liceali. La febbre fa la differenza. La maggior parte dei genitori (80 %) non è propenso a mandare a scuola un bambino con la diarrea. C'è meno accordo sul vomito: il 58 % quando lo stomaco non si trattiene anche in assenza di altri sintomi opta per tenere a casa il figlio. Sulla febbre bassa siamo quasi al fifty-fifty: il 49 per cento lo tiene in casa ma la maggior parte, sebbene maggiore di poco (51%), lo manda a scuola. Pochi, il 16 %, sono disposti a far perdere le lezioni a un bambino con occhi lucidi e arrossati ma con temperatura normale, ancora meno (12 %) se, sempre in assenza di febbre, il naso cola (rinorrea) e c'è tosse secca. Il problema della logistica. Il 18% degli intervistati ha dichiarato che la difficoltà di trovare qualcuno che stia a casa con il bambino rappresenta un discrimine importante nella scelta o casa-o scuola, per l'11% fondamentale è il non perdere giornate di lavoro. Il rischio-beneficio anche per la comunità. Sembra di capire che la febbre rappresenti un po' un discrimine: se la temperatura è normale, anche in presenza di naso che cola, tosse secca occhi arrossati in linea di massima, almeno stando a questa indagine, si va. Punto. "La febbre è un indice che non andrebbe valutato in modo isolato. Noi consideriamo febbre un temperatura superiore ai 37,5 gradi centigradi. Ma se il bambino ha solo un lieve stato febbrile e nessun altro sintomo non è detto debba rimanere a casa - spiega Stefano Masi, responsabile del pronto soccorso del pediatrico Meyer di Firenze - . Potrebbe andare. In caso abbia una temperatura inferiore a 37, ma tosse e naso che cola, inappetenza, mal di testa, inappetenza, potrebbe al contrario essere il caso di tenerlo in casa. Un bambino con questi sintomi anche senza febbre potrebbe covare una condizione più seria: inoltre è importante valutare il rapporto rischio-beneficio non solo per il proprio figlio ma anche per la comunità. La diarrea è quasi sempre provocata da un virus: niente di grave e veloce a passare, e non rappresenta un rischio per la comunità. Ma per un bambino può essere un sintomo di difficile gestione. Meglio evitare di mandarlo a scuola, stessa cosa il vomito. Questo discorso va naturalmente calibrato sull'età: i liceali sono in grado di autogestirsi".
Fonte
repubblica.it
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